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Opera San Francesco per i Poveri
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Gennaio 2013

LETTERA DI PADRE MAURIZIO

Caro Amico, caro Amica,
si sa che l'inizio di ogni nuovo anno è scandito da un'attesa. Anzi se dovessi definire ciò che siamo, direi che ciascuno di noi è una grande attesa. È questa attesa che muove e determina il nostro agire, il nostro pensare e parlare, ogni nostro gesto e momento. Direi che è questa attesa che ci rende vivi, che caratterizza la nostra vita. Ma la domanda che mi pongo è: che cosa aspettiamo? O meglio chi aspettiamo? É La nostra vita si riduce spesso a mille piccole attese, che sono però comunque dei riflessi di un'attesa - e quindi anche di una promessa - molto più grande.

Penso ai nostri poveri. Anche loro attendono... un lavoro, una casa, relazioni significative; per chi viene da lontano la possibilità di ricongiungersi con i propri cari. Ma l'attesa - hic et nunc - dei nostri poveri è quella di essere accolti, in altre parole attendono gesti di solidarietà e di attenzione, stendono la mano non per ricevere un obolo a volte anche umiliante, ma per sentire il calore di un affetto che manifesta il proprio "esserci" nei confronti del povero.

Anch'io voglio allinearmi con coloro che manifestano la loro attesa. Che cosa attendo?

Parto da una certezza: l'amore di Dio è in mezzo a noi e, riversato nei nostri cuori, si manifesta anche con la nostra capacità di solidarietà e di vicinanza a molte persone che si trovano nella necessità.

Ci sono necessità dell'anima, dove c'è bisogno di ridare a ciascuno il senso della vita, della sofferenza, della perseveranza nelle prove, il senso vero dell'amore; c'è bisogno del coraggio di intraprendere strade meno egoistiche e più generose verso gli altri, chiunque sia l'altro.

Ci sono necessità del cuore, dove la gente è sola, abbandonata persino dalle persone più care, gente smarrita e straniera tra le mura domestiche, immigrata e immersa in una cultura nuova multietnica e multireligiosa; gente bisognosa di affetto, di stima, di comprensione.
Ci sono necessità del corpo: la quotidiana esperienza in Opera (e non solo!) fa toccare con mano il grande bisogno che migliaia di persone, spesso senza dimora, manifesta. Bisogni che non possono trovare solo nel volontariato una risposta ma anche attraverso una politica nuova e lungimirante, ragionevole e aperta, concreta e fattuale.

Mi attendo quindi che la nostra società, le nostre comunità cristiane vedano nella figura del buon samaritano il modello da seguire. Il Vangelo presentando la sua figura e il suo intervento dice che "ebbe compassione" del malcapitato. O meglio, seguendo alla lettera il testo, "si commosse fino alle viscere", profondamente. Come a dire che egli avvertì in se stesso la situazione dell'altro, come se gli appartenesse, come se ciò che era accaduto all'altro fosse accaduto proprio a lui. L'altro non è "un caso" di cui altri dovranno occuparsene; non si lascia andare a commenti vuoti o pensieri indignati.

Egli vede, quindi accoglie in sé l'altro, che è lì "mezzo morto", la cui vita dipende dalle scelte altrui: o se ne prenderà cura, o per lui inevitabilmente sopraggiungerà la morte.

Il samaritano è l'immagine di colui che ha interiorizzato la solidarietà, l'ha fatta diventare non semplice atteggiamento occasionale ed esteriore, ma parte di sè: e così il suo sguardo, la sua mente, il suo cuore sono da subito e profondamente messi in discussione di fronte al bisogno altrui.

Che cosa aspettiamo? O meglio chi aspettiamo? Che Gesù Cristo abiti nei nostri cuori per essere con lui e per lui buoni samaritani.



padre Maurizio Annoni

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