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Opera San Francesco per i Poveri
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Agosto 2013

A POCHI CENTIMETRI DAL NOSTRO CUORE

Da circa un anno, assieme a una decina di altri ragazzi che come me si stanno interrogando sulla possibilità di intraprendere una vita religiosa, sto seguendo il cammino di discernimento vocazionale Chi sei tu presso i frati cappuccini che prevede anche un’esperienza di servizio a scelta tra le missioni in Africa o Albania o presso Opera San Francesco a Milano. Di primo acchito ho pensato che per mettermi davvero in gioco avrei dovuto scegliere la missione all’estero e quando il lavoro mi ha costretto a optare per la settimana in OSF ho come sentito di dovermi accontentare: ritenevo infatti che solo in un piccolo villaggio lontano, fatto di capanne o poco più, avrei davvero compiuto un viaggio al centro della povertà. Oggi ringrazio il Signore che riesce sempre a stupirmi, dimostrando come i ragionamenti di noi uomini spesso (quasi sempre?) pecchino di presunzione.

Il primo giorno ci è stato illustrato il programma: doppio turno giornaliero di servizio in mensa - pranzo e cena - momenti di preghiera, catechesi e Santa Messa. Ai quali si aggiungevano l’afa di agosto e le zanzare: in prima battuta, sapore di purgatorio più che di paradiso, ho pensato, sopravvivere sarebbe stato già un gran traguardo… Ma come detto, il Signore stupisce, e rimedia. Fra Alberto, il nostro punto di riferimento, ci ha accompagnato sempre col commento ai passi del Vangelo, con la parola viva seminata nei nostri cuori e puntualmente germogliata negli incontri con i poveri, con la condivisione delle stesse fatiche per ricordarci che siamo tutti in cammino con un carico di bisogni e fame di amore.

Nelle prime ore di servizio in mensa, man mano mi passavano davanti agli occhi i primi arrivi, mi sono stupito della varietà di età, etnie, umori, stato di salute degli ospiti a pranzo. Chi mi aspettavo di incontrare? Forse i poveri hanno tutti un unico aspetto? L’interrogativo mi ha fatto pensare al gioco da tavolo Taboo, che consiste nel far indovinare alla propria squadra una certa parola senza utilizzare alcuni termini, indicati appunto come taboo. Quali parole avrei usato per far indovinare alla mia squadra la parola povero senza usare i vocaboli taboo senzatetto, senzacasa, squattrinato… quali avrei scelto? Non mi veniva in mente nulla, ma dopo sette giorni di servizio in OSF ne ho trovati in abbondanza. E sono tutti nomi propri.

La prima parola è Mauro. Non è solo una persona senza qualcosa, ma prima di tutto è un uomo della terza età con qualcosa: ha occhi blu che farebbero invidia a Paul Newman, una mente vivace di formazione classica, capace di regalare citazioni della Bibbia, proverbi latini e riflessioni concrete sulla sua condizione di povero. Da Mauro ho imparato che la povertà tira fuori quello che hai dentro, i poveri non nascondono rabbia, gioia, disperazione perché non ne hanno le forze, in strada non si riposa mai del tutto e senza riposo si vive in stato di perenne affanno; con Mauro ho scoperto che la povertà rende beati perché fa capire che nessuno basta a se stesso e che una mano che non è la tua la devi afferrare per tirarti su.
Un’altra parola: Juan Pablo, adolescente peruviano con grave disabilità mentale, seguito a tempo pieno dalle amorevoli cure del padre che lo imbocca a ogni pasto, trovando la forza di sorridere quando Juan Pablo per uno spasmo gli macchia il volto o la camicia… chissà quante ne ha lavate, tra sorrisi e lacrime, quel papà, nella sua dignità e pazienza di povero.
Ancora una parola: Ivan, a cui non va mai bene niente, che si lamenta se gli sorridi, se per contorno ci sono fagioli, se non trova subito posto. Ma Ivan ogni giorno torna a far la fila: ha trovato un posto dove c’è qualcuno che lo aspetta e questo non si può disprezzare.

Potrei fare tanti altri nomi, raccontare tante storie, ma la mia squadra di Taboo non indovinerebbe mai che sto parlando di poveri. Mi capirebbe al volo invece il gruppo di volontari e frati che presta servizio in OSF e quotidianamente con pazienza accoglie, nonostante la stanchezza dei grandi numeri, chi arriva a chiedere un pasto o una parola. Mi capirebbe Fra Alberto, mi capirebbero i ragazzi coi quali ho condiviso quest’esperienza, e ai quali auguro che il Signore li illumini nella scelta di vita… ma non avrei capito nemmeno io, prima di questa settimana di servizio, prima di scoprire che i poveri sono persone con nomi propri che vivono a pochi centimetri dal nostro cuore.

Antonio Ratti

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