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Agosto 2014

LA PRINCIPESSA KALAHARI

Kalahari o Kalami o chissà… non saprò mai il suo nome e dire che ha tentato più volte di insegnarmelo; io tonta e ignorante non sono riuscita mai a ripeterlo, per me la sua lingua era incomprensibile. Allora l’ho chiamata Principessa e lei, contenta, l’ha capito subito.
‘Principessa vieni’: mi correva incontro con gli occhioni splendidi sgranati, colmi di gratitudine e tenerezza, e mi prendeva la mano trattenendola con tutta la forza che aveva, come se da un momento all’altro qualcuno o qualcosa dovesse separaci, come se con quelle sue manine potesse fermare il tempo e dar pace, almeno per un attimo, alla sofferenza che il destino aveva disegnato per lei. Ci conoscevano da meno di un’ora: con la mamma, il fratellino di 3 anni e altri 300 connazionali eritrei era arrivata quel sabato sera alla mensa di OSF, dove mio marito Stefano e io diamo una mano come volontari da un paio d’anni. E’ un impegno che ci ha sempre regalato grandi emozioni - tenerezza, compassione, vergogna, orgoglio, rabbia, speranza e perfino appagamento - ma mai avremmo pensato di poter vivere con tanta intensità e amore ciò che è accaduto quel sabato in cui abbiamo incontrato Principessa e la sua famiglia.

Una sera di giugno di quest'anno si era abbattuto su Milano un acquazzone senza precedenti; le strade intorno alla mensa erano diventate fiumi impetuosi e gli ospiti si accalcavano all’uscita, incerti, aspettando che la pioggia di poco si affievolisse. Era però rimasto in disparte, sulle sedie della mensa, un mucchietto di anime colorate col viso spossato dalla stanchezza e gli occhi colmi di disperazione, adagiate come marionette di fil di ferro in attesa che qualcuno le prendesse per dar loro vita, col terrore di dover affrontare ancora e ancora rappresentazioni troppo violente per i poveri fili consunti e rabberciati che le tenevano in piedi dentro quegli abiti di taglia esagerata. Dove potevano andare quella notte, con quel nubifragio, a ripararsi? Ai giardini di Porta Venezia? ‘Please… we stay here’ chiedeva una delle signore col suo fragile inglese ‘on the floor please’... Guardavo quella manciata di anime col cuore spezzato… Non potevano certo stare in mensa... forse noi potremmo…? Ma no, sono troppi… viviamo fuori Milano, e in macchina non possiamo entrarci tutti, niente da fare. Dovevano per forza uscire e affrontare la notte fredda e bagnata. Principessa continuava a sorriderci, guardava me e Stefano e, nonostante tutto, ci sorrideva. E’ bastata un’occhiata di intesa tra me e mio marito per rispondere allo sguardo speranzoso di Principessa e far scattare quella magia che l’amore e il buon Dio sanno accendere.

‘Li portiamo a casa con noi, possiamo?’ abbiamo chiesto all’unisono a padre Maurizio che ovviamente ha annuito, e via! Parte la nostra grande avventura per accogliere tutti, anche se una notte soltanto. Partiamo con Principessa, il fratellino, la mamma, una ragazza incinta e la signora da loro conosciuta in viaggio, che fungeva da interprete col suo inglese sgangherato… stipati in 7 in una macchina a 5 posti, con un’alluvione in corso e senza che nessuno capisse assolutamente nulla dell’altra lingua! Non so come siamo riusciti ad arrivare a casa e subito abbiamo approntato la camera per una notte sicura e all’asciutto: il divano letto matrimoniale per la mamma, i due cuccioli e l’interprete, e una brandina per la povera ragazza incinta, spossata dagli eventi e dal pancione. Finalmente una notte serena, forse la prima da quando erano stati costretti a lasciare la casa, le abitudini, i loro cari; chissà quante sofferenze già vissute e quante ancora da venire, pensiamo preoccupati Stefano e io, stentando ad addormentarci per l’ansia. Arriva finalmente una splendida giornata di sole. Mi precipito in giardino per allestire la miglior colazione possibile e regalare agli amici un attimo in più di vita serena. Principessa si alza per prima e a piedini nudi vola giù per le scale, con la gioia e il sorriso semplice dei bimbi e, come se tutto fosse normale, come se ci conoscessimo da sempre, come se quella fosse la sua casa e noi i suoi zii di sempre, mi salta al collo, mi abbraccia. Stringendola a me, la faccio sedere a tavola, ma lei guarda merendine e biscotti senza toccare nulla, in attesa che la mamma scenda e l’autorizzi a iniziare a mangiare; non ho potuto fare a meno di pensare a quanti dei nostri figli viziati e capricciosi, avrebbero fatto lo stesso… Quanto è stato divertente condividere la colazione con tutti, cercando di intenderci e scambiarci parole in linguaggi sconosciuti!  Stavamo così bene che avremmo voluto essere anche noi bimbi e poterci illudere che tutto fosse normale, ci conoscessimo da sempre e fossimo davvero parenti… ma il tempo tiranno è passato troppo in fretta, e troppo in fretta l’auto a 5 posti ha ripreso la strada in senso contrario (ora sì che la sentivo veramente stretta), questa volta però verso il punto di non ritorno, il luogo convenuto dove riportare i nostri amici perché proseguissero il loro viaggio verso il futuro.

Sono scesi dalla macchina, Principessa ed io abbiamo separato le nostre mani e insieme mi si è strappato un pezzetto di cuore: l’ho nascosto dentro un piccolo braccialettino, che le ho annodato al polso in segno di amore e amicizia. Li abbiamo lasciati lì, appoggiati al muro in mezzo ad altre marionette di fil di ferro vaganti per il mondo, nella speranza che un giorno ci sia una casa piena di pace pronta ad accoglierli e che tutto il dolore possa essere presto dimenticato. Buona fortuna Principessa, prego e pregherò per sempre per te e i tuoi cari, affinché il buon Dio ti accompagni e ti protegga e, perché no, un giorno sia possibile incontrarci per ricucire quel pezzetto di cuore che si è strappato… E ancora grazie a te OSF …una volta di più!

Marilù e Stefano

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