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Opera San Francesco per i Poveri
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Settembre 2015

LETTERA DI PADRE MAURIZIO

L’assolato mese di agosto ci ha presentato immagini e ci ha dato notizie spesso drammatiche dei profughi che in vario modo hanno raggiunto i paesi europei e in particolare il nostro paese.
La situazione dei profughi sta certamente raggiungendo punti di massimo mai registrati prima e mostra il suo volto di irreversibilità.
In OSF seguiamo sempre con molta attenzione quanto accade, non rimaniamo estranei alle storie e agli eventi che accompagnano le migrazioni.

In un editoriale apparso di recente su un autorevole quotidiano mi hanno colpito queste parole che vi riporto: “Cosa convince a salire su una barcaccia insieme ad altre centinaia di persone e sfidare il mare? Cosa spinge un padre a nascondere un figlio in una valigia per passare la frontiera? Cosa muove un fratello a compiere lo stesso gesto e mettere la borsa così preziosa nel portabagagli di un’auto che si sta imbarcando per la Spagna? Cosa costringe a restare appollaiati su uno scoglio per giorni? Chi è così disperato da voler attraversare il Canale della Manica a piedi? Molte volte ci siamo trovati a rivolgere domande simili ai giovani afgani che viaggiano sotto il motore di un tir rischiando la vita, ai somali che attraversano il deserto senza acqua e cibo, alle donne eritree costrette all’orrore nelle carceri libiche. Loro, i privilegiati sopravvissuti, rispondono raccontando la disperazione, la guerra, la dittatura, le torture… Oggi non è a loro che bisogna rivolgerle queste domande: il loro dolore, vivo e sanguinante, commuove e scuote, ma questo non ci deve bastare”.

Tutti ci siamo commossi di fronte all’immagine di Aylan, tre anni, morto sulle coste turche insieme alla mamma. Tutti abbiamo provato sconcerto per le decine di morti trovati nell’autocarro in Austria.
Non possiamo permettere che l’emotività e l’indignazione siano le uniche reazioni di fronte all’ennesima cronaca di un’infinita serie di morte annunciate. Non possiamo accontentarci ancora una volta di spiegazioni, è giusto che, chi ha il potere di farlo, intervenga per porre fine all’ecatombe e che si impedisca così a migliaia di persone di “morire di confine” in un’Europa troppo chiusa e paurosa.

Che cosa fare di fronte a questi problemi che avvertiamo enormi per le nostre spalle troppo piccole?
Innanzitutto siamo chiamati ad essere solidali, accoglienti, siamo chiamati a farci carico dei drammi del mondo in nome della comunione che ci lega con ogni uomo e ogni donna, figli di Dio, nostri fratelli e sorelle… A partire da casa nostra, dalla nostra quotidianità di vita, nel nostro pensiero e nelle nostre azioni, nella nostra preghiera e nel nostro stile di vita siamo chiamati a mettere al centro il bene di ogni persona per garantire uguaglianza di diritti e possibilità per tutti gli esseri umani. Accogliere l’altro va oltre il criterio numerico: la nostra principale emergenza non è rappresentata dal numero di persone che giungono in Europa e che ogni stato deve ospitare. La principale urgenza è riappropriarsi di un senso di umanità che sembra sfuggirci. Solidarietà, fratellanza, umanità sono una vocazione. È ciò che ciascuno di noi si aspetta di ricevere dall’altro, in qualsiasi tipo di relazioni umane. Si tratta di un’aspettativa legittima, di un diritto umano.

Conclude l’editorialista citato con una domanda provocatoria che trascrivo e mi interroga: “E allora perché oggi a casa nostra, nella nostra Europa, permettiamo che giovani uomini e donne – spesso anche bambini – in cerca di una vita degna e libera muoiano al confine dei nostri ciechi egoismi?”.

padre Maurizio Annoni

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