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Opera San Francesco per i Poveri
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Settembre 2016

NELLA MENTE DI UN HOMELESS

“E’ cominciato per caso. Tutti i giorni una coda di gente davanti all’ambulatorio di OSF; ci passavo davanti mentre andavo a lavorare al San Paolo e ogni volta mi dicevo, ‘se avessi tempo, ci andrei’. Poi è arrivata l’occasione, ho dato le dimissioni, ho bussato… e ho cominciato. Non avevo idea di cosa fosse Opera San Francesco, volevo solo offrire quello che so fare, lo psichiatra”. Il racconto del Dott. Cerisola, medico volontario di OSF, continua, e nelle sue parole c’è passione. “Sono qua da dieci anni, una mattina alla settimana, prima in via Nino Bixio e ora nel nuovo ambulatorio di Via Antonello da Messina, che è bellissimo e molto efficiente. Le visite sono in continuo aumento, la casistica è ampia e va dai disturbi lievi di tipo ansioso fino alle psicosi; forse ci sono differenze a seconda delle etnie, ma è difficile darne riscontro perché alcuni gruppi sono più rappresentati di altri; di cinesi per esempio, a memoria ne ho visti solo due in tutti questi anni! Molto presente il disturbo post-traumatico da stress, una patologia che va curata ma che comunque regredisce togliendo lo stimolo negativo, come lo sono le condizioni penose relative a guerra o fatti di sangue. Tra ispanici e slavi, la maggioranza dei miei pazienti, sono diffuse patologie minori come ansia, depressione, aspetti reattivi a una condizione difficile dal punto di vista lavorativo, personale, economico, sociale. Il lavoro di informatizzazione dell’ambulatorio ha reso rapidissimo il controllo del quadro clinico per le prescrizioni: se uno ha problemi respiratori bisogna fare attenzione coi sedativi, per le cardiopatie o il glaucoma ci sono indicazioni particolari… Siamo anche in grado di verificare che la terapia farmacologica venga seguita: se un paziente con disagio importante non si presenta alla visita di controllo, lo cerchiamo, probabilmente non è stato in grado di tornare per via della sua situazione mentale. La mia parte è strettamente medica e limitata alle prescrizioni, ma le persone sono seguite anche da uno psicologo che può dedicare del tempo a quella che consideriamo parte fondamentale della cura, e cioè l’ascolto”.

Nella sala d’aspetto c’è Paola, 67 anni, brasiliana, gonna fiorita e fascia colorata in testa; l’infermiera le ha chiesto se ha voglia di raccontarci qualcosa della sua storia e lei ci sorride e fa cenno di sì. “Prima avevo grossi problemi di alcolismo, senza la bottiglia vicino al letto non mi alzavo, non avevo voglia di fare la doccia, di pulire la casa. Grazie a Dio da cinque anni non bevo più un goccio. Purtroppo non sono riuscita ancora a smettere di fumare… anche se prima fumavo 5 pacchetti di sigarette al giorno, adesso ne fumo uno alla settimana. In Brasile ero parrucchiera, qua lavoro quando trovo, faccio le pulizie: chiudi la porta e nessuno vede chi sei, basta che il lavoro sia fatto e il locale sia pulito, se è una persona che lo fa o un animale non fa differenza. In Brasile sono stata picchiata, sono stata violentata, mi sono successe tante cose che in questo momento non mi sento disponibile a raccontare”.  Paola abbassa gli occhi, come per scusarsi del proprio riserbo.
“Ho perso i documenti – continua Paola – forse me li hanno rubati in dormitorio, e in questura mi hanno trattato malissimo. Sono andata lì apposta e non mi hanno ascoltato, mi hanno detto che mi avrebbero denunciato, mi hanno spaventato… e io quando sono agitata vado in confusione. Sono due giorni che non riesco a dormire per come sono stata trattata. E’ brutto sentirsi addosso uno sguardo dall'alto in basso. Qui invece in ambulatorio sono sempre sorridenti, noi e loro siamo tutti uguali, siamo tutti persone, qualsiasi problema tu abbia, ti aiutano, ti trattano con educazione e rispetto… Sto al dormitorio di via Mambretti, e alla mattina siamo fuori dalle 7, io vado in giro, qualche volta vado in biblioteca a leggere. Amica è una parola che non conosco, ho diversi conoscenti, amici neanche uno. Adesso che non bevo più mi rendo conto di tante cose, e soprattutto cerco il rispetto delle persone, voglio stare con persone che abbiano questi valori, sto cercando di vivere meglio e qui in Italia è una cosa possibile, qui riesco a sentirmi un essere umano”.

Dott. Cerisola, medico psichiatra volontario in OSF

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