Lettera di Padre Maurizio

il presepe di Opera San Francesco

“Un Bambino è nato per noi, un figlio ci è stato dato”: le parole del Profeta Isaia indicano l’annuncio di Natale. Dio diventa uomo per condividere la nostra natura umana, per donarci la sua vita divina.

Che cosa significa concretamente questo annuncio? Chi è questo bambino e perché dovrebbe interessare la nostra vita?

Da alcuni anni sta diventando abituale nella nostra società esorcizzare la parola Natale: il tradizionale “Buon Natale” è sostituito da buone feste o da un freddo “auguri” corredato da campanelli e rami di pino. Si ripetono anche episodi (e non fanno più notizia!) in cui vengono sollevati obiezioni all’allestimento dei presepi o ai canti natalizi per “rispetto” agli appartenenti ad altre religioni. Inoltre in questi giorni, nei centri delle grandi città, vediamo le chiese vuote e affollate invece le strade dello shopping. Sono dei sintomi di una situazione di fatto che ormai non possiamo che accettare: la nostra società ha perso il senso del Natale, sembra che non interessi più per la vita di tutti i giorni. Perché continuare a celebrarlo? Abbiamo noi un motivo sufficiente valido per farlo?

Il motivo lo ritrovo proprio guardando ciò che accade intorno a noi. Quando apriamo i giornali o ascoltiamo i TG ci investe un’onda di rabbia e di violenza, sempre in cerca di colpevoli, qualunque sia l’argomento di cui si tratti. Pare che non si sia più capaci di un’altra reazione davanti ai fatti del reale: rabbia e violenza. Sappiamo che queste sono figlie della solitudine e della paura. A dispetto di quanto le reti sociali vorrebbero farci credere, oggi, come mai nella storia, gli uomini vivono una grande solitudine che li rende insicuri e pieni di paura di fronte alla realtà. Come notava santa Teresa di Calcutta: “La miseria più terribile dei nostri giorni non è quella materiale, ma il non sentirsi voluti da nessuno”.

Ecco perché credo ancora nel Natale! Diventando uno come noi, Dio è voluto entrare nella storia per condividere la nostra solitudine, per farci sperimentare che ai suoi occhi ognuno di noi, con le sue virtù e i suoi limiti, ha un valore infinito. È venuto per salvarci: “Desidero camminare con te, perché tutto quello che sei mi interessa. Non voglio che si perda”. Ecco perché il Natale è la festa dello stupore: rimaniamo stupiti di fronte a un amore gratuito che viene donato a tutti, senza esclusione alcuna.

Dire Buon Natale ad ogni povero che incontriamo e serviamo, non è retorica. Anzi è ricordargli che la sua solitudine – perché il povero è quasi sempre solo – è condivisa dal Signore e anche da coloro che si pongono al suo servizio. “Desidero camminare con te, perché ciò che sei mi interessa, mi sta a cuore”.

Il più bel regalo che possiamo fare ai poveri è l’accoglienza, mostrare la nostra benevolenza, riconoscere i loro diritti e la loro dignità, affermare la loro presenza tra noi. Purtroppo società e politica evidenziano una relazione con i poveri ben diversa e certamente lontana dallo spirito del Natale: la solitudine si acuisce, l’indifferenza e l’esclusione sociale sono di casa, i diritti sono secondi solo ai doveri, la dignità è calpestata, la loro presenza è accettata a denti stretti… Nel presepio spesso il Bambino è rappresentato con le braccia spalancate segno di apertura e di accoglienza. Così vogliono essere anche le nostre braccia: spalancate in un abbraccio che non esclude nessuno e che dice affetto, solidarietà e condivisione.

Buon Natale ai nostri lettori! Non dobbiamo essere “buoni” perché è Natale, ma sia il Natale ad illuminare la nostra carità e il nostro servizio di ogni giorno.

Auguri di cuore a tutti.

Padre Maurizio Annoni