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Opera San Francesco per i Poveri
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Aprile 2012

LA TESTIMONIANZA DI LAURA, VOLONTARIA PSICOLOGA

Lavoro a Milano come psicologa analista dal 1999, incontrando nel mio studio le storie degli uomini e delle donne che con grande coraggio chiedono aiuto e decidono di farsi carico prima della propria sofferenza, poi della propria ri-partenza.

Dopo anni di professione ho però avvertito con chiarezza che già la condizione di sapere e potere chiedere aiuto rende i miei pazienti dei privilegiati, e che questa elementare competenza escludeva dal mio studio una gran parte del bisogno effettivo di cura.

Ho deciso così di andare io nel mondo, in un luogo dove la terapia - intesa nel senso antico di "servizio" - fosse raggiungibile, dialogante e soprattutto intesa come luogo di incontro aperto con la sofferenza di chi viene ed è povero di tutto. Non perché sono buona: ero e sono povera anch'io, povera di conoscenza e di coscienza di quel mondo che arriva appena fuori dalle nostre case e dai nostri studi e che fatichiamo a interrogare. Quindi era un buono scambio!

Così da tre anni il venerdì mattina mi dedico a questo baratto tra poveri presso il servizio di Psicologia e Psichiatria del poliambulatorio di OSF. I pazienti sono in larghissima maggioranza migranti, a volte già bene approdati in Italia, a volte appena sbarcati in un luogo totalmente alieno, avendo per solo bagaglio la propria lingua madre, la storia personale intrecciata spesso con la storia di un paese da cui fuggire (per guerra, miseria, persecuzioni), e una lacerazione profonda nell'identità. Arrivano perché altri medici ben formati o operatori sul territorio hanno riconosciuto che dolori organici senza causa apparente, disturbi del sonno o dell'umore, agitazione, apatia, sono segni di quelle "ferite invisibili" che spesso si sommano a quelle più riconoscibili e nominabili che segnano i corpi.

Noi, gli operatori della parola (non sono le nostre "terapie verbali"?), i tecnici della psiche, ci troviamo nella prima seduta con il nostro paziente dove la prima lingua da riconoscere e saper parlare è il silenzio. Un grande, immenso silenzio che occupa la stanza della consultazione e segnala immediatamente la povertà di tutti. Silenzio di chi arriva, che ha perso la possibilità di esprimersi nella lingua materna, che non sa o non è ancora pronto a tradurre in parole quello che ha vissuto, che deve capire se e quanto può affidarsi a questa straniera, radicalmente "altra". Silenzio del terapeuta, che da una parte non può che appoggiarsi in scienza e coscienza alle proprie competenze, ma dall'altra si rende rapidamente conto - ed è, tra tutti, l'insegnamento più prezioso, una vera rivoluzione cognitiva - di quanto tali competenze siano costruite non su categorie universali, ma su un sistema coerente ma relativo di presupposti sul mondo visibile e invisibile.

Lo stesso concetto fondante di "psiche" è per molti uomini e donne che incontriamo del tutto incomprensibile, inattivo, non perché sono poco istruiti (a volte lo sono moltissimo) ma perché esula totalmente dalla visione dell'uomo di cui la loro cultura è portatrice.

L'unica domanda sensata che lancia un ponte attraverso il silenzio è molto semplice, antica come il mondo: "Tu chi sei?", e la prima terapia è accogliere intera la storia di chi arriva. Con l'aiuto preziosissimo dei mediatori linguistici (spesso utenti di OSF già approdati) si tessono le fila del viaggio e della storia, si trovano insieme le parole per un incontro tra stranieri che si ospitano uno nella tenda provvisoria dell'altro.

Ascoltare e accogliere davvero il paziente migrante significa prima di tutto dare diritto di cittadinanza alla sua storia e ai suoi "invisibili", ovvero alla visione del mondo, al sistema di cura, alla "sapienza" di cui è portatore e che nella sua mente dà significato e senso alla sua sofferenza. Tali invisibili possono essere più o meno vicini ai nostri, ma sono inscritti in un sistema culturale e terapeutico che è, né più né meno, operante del nostro. Quel che noi nomineremmo come "depressione reattiva" - e che va benissimo nominare così per farci comprendere dai colleghi - può avere invece origine nel sistema culturale e terapeutico di provenienza in una infrazione compiuta verso gli spiriti, o in una rivalità tra clan antagonisti.

Non si tratta per noi terapeuti milanesi di "credere" agli spiriti o al malocchio, o di scimmiottare sistemi di cura a noi alieni. Si tratta invece di compiere un passaggio teorico per cui l'altro non è l'"etnico" di cui ci occupiamo con benevolente e illuminata sensibilità culturale; ma siamo - noi e il paziente migrante - entrambi "etnici", entrambi portatori cioè di un sistema sapiente, capace di cura e di visione sul mondo. Solo in questo modo il nostro atto terapeutico, necessariamente coerente con i nostri invisibili, diventa più silenzioso, relativo, ma - se siamo fortunati - un poco più intelligente.

In questo dialogo tra stranieri nasce lentamente la fiducia, e da lì, di nuovo, il rispetto di sé. Chiamiamo guarigione il potere tornare a riconoscersi tra umani; e in questo senso si guarisce sempre in due: paziente e terapeuta.

Laura, psicoterapeuta volontaria presso l'ambulatorio di OSF

 

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