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Opera San Francesco per i Poveri
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Agosto 2013

LETTERA DI PADRE MAURIZIO

Caro Amico, cara Amica,
durante la sua recente visita in Brasile per la Giornata Mondiale della Gioventù, Papa Francesco ha voluto entrare e incontrare la gente di Varginha, una favela alla periferia di Rio de Janeiro.
Sui volti delle persone si leggeva stupore e gioia, entusiasmo per quella visita attesa. E la gioia è dell’anima, e anche se non hai niente, manchi di tutto, anche dell’essenziale, sei capace di esprimere gioia. La gioia di saper accogliere, perché dai poveri viene spesso una “preziosa lezione di solidarietà, una parola spesso dimenticata o taciuta, perché scomoda”.

Di fronte alle immagini della visita di Papa Francesco a Varginha proviamo commozione, diciamo “ma che bravo il Papa!”, e lo ammiriamo pure perché è andato nella favela, ma poi continuiamo come se niente fosse, sperando nella migliore delle ipotesi che a pensarci (ai poveri!) sia qualcun altro.
La commozione del momento non ci assolve e non ci libera dalle nostre responsabilità di saper guardare ai poveri, per incontrare il loro sguardo che chiede ascolto, relazione e aiuto.
Lavorare per un mondo più giusto e solidale è dovere di tutti. Papa Francesco non ha usato mezzi termini, è stato esplicito: “Non stancatevi di lavorare per un mondo più giusto e più solidale! Nessuno può rimanere insensibile alle disuguaglianze che ancora ci sono nel mondo! Ognuno, secondo le proprie possibilità e responsabilità, sappia offrire il suo contributo per mettere fine a tante ingiustizie sociali. Non è, non è la cultura dell’egoismo, dell’individualismo, che spesso regola la nostra società, quella che costruisce e porta ad un mondo più abitabile; non è questa, ma la cultura della solidarietà; la cultura della solidarietà è vedere nell’altro non un concorrente o un numero, ma un fratello. E tutti noi siamo fratelli!”.

È un’idea che dalla favela alla periferia di Rio arriva a tutti i margini del mondo, anche a quelli che abbiamo sotto casa nostra, alle file di gente smarrita e confusa che bussa alle porte dei centri di accoglienza, alle parrocchie, alle nostre porte. E il primo dovere è assicurare il pane a tutti, è un atto di giustizia; ma il Papa ci ricorda che c’è una fame più profonda: “La fame di una felicità che solo Dio può saziare. Fame di dignità. E che nessun sviluppo potrà mai esserci esserci quando si ignorano i pilastri fondamentali che reggono una Nazione, i suoi beni immateriali”.
Li ha elencati Francesco questi pilastri, a uno a uno: la vita, da difendere sempre; la famiglia, fondamento della tenuta sociale; l’educazione integrale, che non vuol dire solo imparare qualcosa; la salute, che è anche salute dello spirito; la sicurezza, perché la violenza si vince solo partendo dalla conversione del cuore.

L’esperienza della favela, come quella dei poveri più in generale, insegna: la vita è dignitosa solo se questi beni immateriali sono rispettati e vissuti dalle persone. Se solo uno viene meno la struttura traballa e prima o poi crolla. Sono e devono essere punti fermi così come la dottrina sociale della Chiesa ce li consegna, attraverso le encicliche di grandi Pontefici. La Chiesa li propone come via «dell’uomo» e «per l’uomo», per la costruzione di una società che non escluda alcuno, e dove lo sviluppo appartenga a tutti, e nessuno sia lasciato indietro. Una strada, ci ricorda ancora Papa Francesco che parte dalle periferie, perché è lì che bisogna andare e da lì partire.

È tra i poveri che incontriamo quotidianamente in OSF (la nostra Varginha!!) che bisogna andare e da lì partire perché c’è fame di dignità. Bisogna andare, non si può stare fermi o delegare. Ancora il Papa: “La realtà può cambiare, l’uomo può cambiare. Cercate voi per primi di portare il bene, di non abituarvi al male, ma di vincerlo con il bene. La Chiesa vi accompagna, portandovi il bene prezioso della fede, di Gesù Cristo, che è «venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza» (Gv 10,10).

padre Maurizio Annoni

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Agosto 2013