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Opera San Francesco per i Poveri
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Febbraio 2014

LETTERA DI PADRE MAURIZIO

Spesso ci viene chiesto: "sono tanti gli italiani che vengono al vostro centro?", "La crisi li ha fatti aumentare?", "È veramente un problema così grave?". Purtroppo la risposta è sì e i numeri parlano da soli: nel 2013 un italiano su otto nuovi arrivi; mille su ottomila, oggi gli italiani che bussano alla porta sono secondi solo ai rumeni. I parametri, le soglie, le cifre faticano sempre più a tracciare il disegno della povertà. Si allarga una “terra di mezzo” in cui, sempre più spesso, c’è chi, anche se non è ancora classificabile come povero, si trova in una situazione di insicurezza e vulnerabilità crescente. Per essere poveri non è necessario trovarsi in mezzo ad una strada: tra le persone che vengono a mangiare alla nostra mensa aumentano gli anziani soli con la pensione già finita alla terza settimana del mese, gli over 40 e 50 espulsi dal mondo del lavoro, giovani per la pensione ma vecchi per sperare di cominciare da capo. E ancora uomini separati o divorziati che alla povertà economica sommano quella di affetti e relazioni in un passaggio inevitabile verso la depressione o la strada, o famiglie monoparentali, quasi sempre mamme coi figli, costrette a rivedere la propria vita dopo un fallimento matrimoniale.
E’ questa la povertà che abita le nostre città, il nostro quartiere, il nostro condominio, una povertà dal volto meno riconoscibile e forse per questo ancor più insidiosa. Possiamo incontrare e soccorrere la povertà delle file alle mense, ma non è altrettanto facile portare aiuto e speranza alla povertà nascosta nell’anonimato di tante case di periferia. Non si tratta più solo di una condizione economica oggettiva e misurabile, ma anche di un senso di insicurezza e instabilità: come camminare su una fune, in equilibrio precario, con il timore di cadere e la paura di non trovare nulla e nessuno ad attutire il colpo.
Un caro amico scrivendo tempo fa un articolo sulla povertà definiva queste persone "poveri equilibristi, vite spese in uno sforzo costante di non precipitare, vite dove c’è solo lo spazio per l’essenziale". La povertà di casa nostra ci interpella, non possiamo cadere nell’indifferenza. Tutti siamo responsabili della società che costruiamo o distruggiamo. Nel Vangelo, Gesù è indicato come il Pastore buono che ha cura del suo gregge, soprattutto di coloro che sono fragili e deboli, che gridano il loro dolore. La responsabilità individuale, in un contesto sociale che chiede relazioni, attenzione, sostegno a chi è in difficoltà, significa assumersi l’impegno di non lasciare le cose come stanno, di non aderire solo formalmente a grandi slogan che invitano a sconfiggere la povertà: “basta poco, basta un sms al modico costo di un euro!”. L’impegno serio e responsabile di ciascuno e di tutti potrà rendere più dignitosa la vita di tante persone. Il povero non è semplicemente un “problema da gestire” ma una ricchezza sulla quale convergono valori come incontro, accoglienza, tutela, condivisione, dialogo, rispetto delle differenze.
 

padre Maurizio Annoni 

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Febbraio 2014