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Ho un ricordo preciso, un pomeriggio mia madre spalanca la porta della camera – stavo preparando un esame per il primo anno d’università – e dice: «Questo maglione lo metti ancora?». L’aveva appena pulito e stirato e, in base alla mia risposta, l’avrebbe consegnato a mio padre, per farlo consegnare il sabato mattina a Opera San Francesco, in viale Piave.

Da allora sono passati quasi 50 anni e siamo tutti diversi, ma anche uguali. OSF, che allora sfamava e vestiva i “Barbùn”, continua a farlo, ma meno alla garibaldina, e più scientificamente, capillarmente, approfonditamente. E chi scrive, nel momento in cui è diventato capo della redazione milanese di Repubblica, ha mandato per esempio una volta un inviato a raccontare come i rider, quelli che portano il cibo nelle case pedalando frenetici, lasciassero fuori le bici e mangiassero alla mensa. Consegnano il sushi, non hanno i soldi per un panino.

Milano cambia, l’Italia cambia, non parliamo del mondo, e cambiano anche le povertà e il modo di rispettarle e circondarle d’attenzioni. Quello che non cambia mai è il confine che non pochi tracciano tra lo “star bene” e lo “star male”, senza rendersi conto che quel confine è molto friabile e non reggono le barriere: un divorzio, la disoccupazione, una malattia, la testa che non aiuta, la fuga da un luogo, la speranza di migliorare e ci si può ritrovare seduti davanti a un piatto di tortellini in brodo in viale Piave. Un buonissimo piatto di tortellini, con la possibilità di lavarsi, di rivestirsi con abiti decenti e, tante volte, con la certezza d’incontrare qualcuno che ascolta e può portare, se non un consiglio, un esempio, un suggerimento, una parola.

Spesso, quando passo da quella zona, penso alle premure di mia madre, all’auto con due buste di abiti portata da mio padre, ai sogni che avevo da ragazzo e a quello che ho visto, penso ai frati francescani e tutto quel mondo di volontari che rende Milano la città con il cuore in mano che era, che è e che forse sarà. Vedo in coda alla mensa o nel labirinto delle stanze – ho fatto da poco una lunga visita – uomini, donne, giovani, vecchi, nati in Italia e nati in un Altrove, gente fisicamente forte o parecchio acciaccata, esseri umani presenti a se stessi o persi in un mondo interiore, solidi o affaticati. Qui in viale Piave sfila un esercito che provvisoriamente la vita agra ha sconfitto, ma che può essere pronto ad altre battaglie. Una parte del futuro, almeno il mio, è già passata, ma vedere il quartier generale di OSF aiuta a pensare positivo: qualsiasi cielo cupo si chiuda sulle nostre teste, non sarà mai cupo per sempre. E di pezzi di popolo che s’è rimesso in piedi ce ne sono tanti; di pezzi di popolo che non gira la testa dall’altra parte pure: e arriva il tram 9, ci si scansa, sale qualcuno che oggi fa ancora fatica, eppure il suo domani, e pure il nostro – per quello che si può – dipende anche dall’intensità con la quale l’un l’altro ci misuriamo, senza distogliere lo sguardo.

L’autore

Piero Colaprico direttore del teatro Gerolamo, ex inviato speciale e caporedattore di Repubblica, scrittore di gialli.

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